



Mi hai visto piccola
da tenere in un palmo
da non lasciar partire.
Ed io
che nei pentagrammi obliqui
dei vetri ferrati
leggevo le note autunnali
di pomeriggi lenti
di carezze sbucciate
con cura
sui dorsi
e sui cuscini.
Gusto ancora gli acini succosi
di quei grappoli di giorni
spiluccati insieme.

Ho ancora tra le dita
profumo di pomodoro
e fiori d’origano selvatico
le vene d’olio fresco
sul grano tostato
e il sale di un mare del sud.
Ondeggiano nostalgie
all’orizzonte della vita
nuovi incontri di vecchi volti
che ripeschi nei pozzi di un passato
non troppo lontano.
Sfrigola come aglio
il mio sorriso
si cullano gli occhi miei
alla tua presenza.
Eccoti.
Mi passi accanto
e mi sfiori.
Ritraggo appena la pelle
ma dita leggere
sono già tra i capelli
attraversano ciocche
sciolgono nodi del passato.
Scivoli lungo la schiena
saltellando vertebre
una ad una,
sollevi trine leggere
scompigli pieghe
e solletichi di ciglia sottili
i miei pensieri,
li raccogli tra le tue braccia
nell’andare
e torni a vegliare
notti di sogni irrequieti
quando più caldo
è l’alito tuo.
Tu
vampa di luglio
vento dorato
carezza d’amato.

Spunto giorni di calendario
ricordando le nostre ore,
piccoli gesti
granelli di sabbia
invisibili ad altri.
Paziento in attesa
di un piccolo spazio
colmo di noi,
universo discreto
del non poter dire
del non poter essere
e tuttavia
sempre nostro.

Conoscete dona.tella62? No?
È una donna di Verona a cui piacciono così tanto le mie parole (vi prego non chiamiamole poesie ché non sono all’altezza!) da copiarle di sana pianta e farle proprie (!!!) nel suo blog su libero.it: un intero post del 12 febbraio 2009! Magari pensava di essere più furba di tanti altri, che, al contrario, scrivono quello che pensano, seppure con grandi sforzi.
Ammetto che anch’io mi sono trovata a citare brani di piccoli e grandi autori della letteratura, ma almeno ho citato la fonte!
Ad alcuni di voi sarà certamente capitata la mia stessa disavventura. Mia sorella dice che in futuro la vera ricchezza sarà la privacy. E chi può darle torto?
«Leggo solo libri usati … I libri nuovi sono petulanti, i fogli non stanno quieti a farsi girare, resistono e bisogna spingere per tenerli giù. I libri usati hanno le costole allentate, le pagine passano lette senza tornare a sollevarsi».
(Tre cavalli – Erri De Luca)

Righe di grafite
unite alle tue
tu
che prima di me
hai lasciato impronte
di pensieri.
Chi eri? – mi chiedo.
Perché mai rinunciare
a trattenere
quei fili interiori?
A niente porta
raggomitolare il passato.
Arianna
ha da tempo
tagliato il suo filo.



E poi apri gli occhi e lei è lì, distesa.
Solletica la pelle
un alito lieve di sole
e l’angolo della bocca
guarda di più ad est
quell’alba di stagione attesa
e nuove forze mi corrono agli occhi.
È una carezza d’aprile
quella che aspetto.
Le parole hanno il loro peso
Ma la loro assenza pesa ancora di più.
«Una parola non è mai morta.
Come il suo creatore, aspetta che le venga rinsufflata vita.
A noi le trombe…
Una parola antica dal suono gradevole,
pur presa isolatamente, potrà agire sulla fantasia come un talismano.
In combutta con le sue compari somiglia a un incantesimo…».
(Walter de la Mare)

Sbuccio
spicchi di ore
e assaporo la polpa succosa
dei minuti divisi con te
in un tempo
che non mi appartiene
dove lancette
come braccia
sono mosse da altri.
Sgrano secondi
di un rosario di attese
di decisioni rimandate
a tempi migliori.
Le lancette del mio tempo
sono curve
di punti interrogativi.
Salgono
in volute di fumo azzurrino
le parole mie
a formare frasi dense
sul soffitto della notte.
Ed un dito sposta una ciocca
lo sguardo mio
conterà i tuoi respiri.
Buonanotte, amore mio
ai dolori ed agli affanni
Ninna nanna a quella lacrima
che traccia un solco
al tuo passato.
Buonanotte alle paure
ai domani incerti e bui.
Buonanotte alle cadute
delle nostre linee impure
ai discorsi a singhiozzo
ripescati tra le righe.
Buonanotte ai libri sparsi
su coperte e sui discorsi
tra scaffali e citazioni
tra poeti e narratori.
Buonanotte, amore mio
su una piega del lenzuolo
sui cuscini riluttanti
alla quiete ed al riposo.
Questa notte è tutta tua
tu che aspetti con fiducia
per le tue certe speranze
e il tuo caldo “se vorrai”.
Buonanotte, amore mio
che ora avverti il mio desio
ti sussurro in un respiro
che per te ci sono io.


Cammini ovattati
in neve zuccherina
ed abiti bianchi
speranze in brina.
Lenzuola di buono
salutano al vento.
Sorrisi perlati
e grida d’argento.
Ho foto da un album
ricordi da sfogliare
un anno intero da ricordare.

Il gelo di Gennaio ibernava dolori antichi
per me che soffiavo calore a un vecchio cuore.
Pesanti le mie catene di vita clandestina
di porta senza targa
orizzonte senza futuro.
Lo sguardo teso in lontananza
Febbraio – Marzo – Aprile
due storie rimaste lattanti
in una primavera persa tra i binari.
Di pianti e di pioggia rigate le guance
i pugni stretti intorno al nome
e un fazzoletto lasciato oltremare.
Statue e cimiteri
vissuti in bianco e nero
e angeli e terre salmastre di cielo.
Un Maggio incerto
di sole e di vento
e tu che mi frughi nel cuore
in cerca di una speranza
rimasta nell’angolo lì
a scaldarsi a un lumicino,
lampada di desideri.
L’ultima mandata di una porta verde
lasciata a Giugno,
ripongo la chiave tra due parentesi quadre.
Uno spicchio di cielo
sul ricamo di una chiesa
e trucchi e belletti ammiccanti allo specchio.
Si spalanca l’estate violenta improvvisa
su un nuovo futuro che accarezza la vita.
Settembre si affaccia con piccole smorfie
un grigio sorriso mi chiude le labbra.
Si srotola Ottobre insieme a Novembre
con gocce di neve, che acquietano ansie.
Dicembre è impellente
rallento la corsa
mi guardo additare
un albero nuovo.
Ho foto da un album
ricordi da sfogliare
un anno intero da ricordare.

Sento ancora nelle narici i fuochi accesi dei camini in quelle sere di neve, mentre incerta appoggiavo i passi sulle coperte candide delle strade di paese.
Quello era il mio Natale di piccole luci alle finestre e discorsi ovattati dietro vetri appannati da parole sovrapposte.
Tutto era caldo in quel gelo tra merletti di brina cadenti dai tetti.
Ritrovo il filo di quei ricordi, che non ricuce certi strappi troppe volte rammendati, troppo tempo sfilacciati.
Volto gli occhi a quel mondo di Amelie quando rosso e verde coloravano il Natale e di legno scricchiolavano i camini ad allungare ombre sui muri antenati. Accanto a quei fuochi snocciolavo castagne e ricordi, racconti e silenzi nelle sere placide di assenze catodiche.
Quello era il mio Natale sereno
di canti abbracciati
sotto gli aghi di un pino.

Sembrava come tutte le altre volte. Si era preparata con sempre minore attenzione, come ormai da qualche mese, e si era poi diretta verso l’auto a percorrere la stessa strada. Il passaggio per i campi, la periferia triste di una camionabile, il ponte, i semafori, quella scuola elementare e poi un parcheggio a destra della strada.
Vedersi il giovedì, oramai una sola volta al mese, era diventata una vecchia routine. Fare l’amore non era mai stato “fare l’amore”, ma un incontro di due solitudini coniugali, troppo stanchi per tirarsi indietro, troppo pigri per i cambiamenti radicali. I primi incontri avevano ossigenato due vite offuscate dalla quotidiana normalità, avevano fatto riaffiorare quelle speranze perdute nei corridoi della giovinezza. Ma il tempo aveva fatto di quella scoperta un quadro immobile, che perdeva colore di appuntamento in appuntamento. Lui sarebbe arrivato, si sarebbero abbracciati guardandosi negli occhi “Mi ero dimenticato di quanto fossi bella. Ma quanto tempo è passato dall’ultima volta?”. Sempre così, sempre lo stesso. E poi andare in bagno e spogliarsi e ricordarsi al tatto, mano a mano.
Ma la voglia, quella dei primi tempi, non c’era più già da un pezzo. Era una sorta d’affetto a tenerli uniti, a mettere in comune parentesi di vita, frammenti di vicissitudini quotidiane srotolate ai piedi del letto insieme alle lenzuola.
Ma quel giorno no. Non sarebbe stato così. Aveva passato ore a pensare a come avrebbe potuto dirglielo e ogni volta avevano parlato solo le lacrime. Era triste, ma anche inevitabile.
Lui era già lì. Strano. Da tanto non capitava. Guardarlo negli occhi e poi abbassarli per dirgli “Da ora basta così”. Era un punto e un voltare pagina, non un punto e a capo come altre volte. Ed ora chi doveva consolare chi? Quella vita, quella storia: era stato scritto l’ultimo paragrafo.
Chiusa quella porta verde rimanevano solo i ricordi in quello scrigno di quattro basse mura.
Oltre quella finestra
quale vista,
quale sguardo?

Prati aperti di verdi germogli
e baci di papaveri rosseggianti
o forse
rincorse di spume frizzanti
nei campi azzurri
di mari salini
Giganti di rocce
a picco sul vento
Carezze di scirocco
sui petali schivi
aggrappati timidi
alle ringhiere.
Triste,
un uomo dice no.
Vicoli di buio maleodorante
dove il sole non si sporca a venire
strade licenziate
di bassi rifiuti
grida stese sui fili
a unire pene
di stessi palazzi,
di stessi destini,
di vite comuni.
Oltre il mio sguardo
oltre i miei occhi
tolte le sbarre
a persiane spiegate
sorrido al vento
che porta una foglia
presagio di vita
messaggio d’attesa.
Di chiacchiere amiche
indugio col tempo
che lento mi scorre
tra pelle e parole.
Attendo quei passi
su ciottoli antichi
di chi ha sollevato,
paziente, le tende.

Respiro in profondità
tra il cotone fresco di quei giorni,
risvolti sui nostri visi.
Mi manca
quel bacio alle tempie
lo spazzolino affacciato al bicchiere
e quell’attenta sollecitudine
ai miei passi.
Mi manca
quel thè della sera
cenare in silenzio
camminare su passi binarici
e muoversi con gesti gemelli.
Mi manca
l’intreccio di braccia dormienti
unisono di sogni
incontro di desideri.
Mi manchi
Tu.

Mi sento dire a volte_____________________ Sei elegante.
Già, l’eleganza_____________in fondo_________cos’è?
Forse un fruscio d’abiti sul pavimento
un passo pacato
un movimento leggero del polso
il silenzio di uno sguardo
il respiro accennato
l’ombra dei capelli sulla guancia
che sfiora lieve collo e spalla.
Forse è sedersi al lato,
una carezza distratta al ginocchio
è voltarsi appena dietro
ad evitare sbandamenti.
È la noncuranza di uno sguardo fermo,
un tocco lieve alle ciglia,
dita pensierose
tra le pagine di un libro.
O forse è solo la semplicità
dell’essere se stessi.
Sempre
e comunque
Se stessi
aperti al mondo.
Brucio
come candela
che illumina tenue
una poesia notturna
di lontananze
e di attese.
(foto di Mohamed Ali)
Erano gialle
le mie estati.

Campi di grano
come stoffe
al sole ondeggianti
girasoli svettanti
corolle di sole
e sabbie bagnanti
di pigre ondate.
Giallo
di spezie
di frutti allegri
mirabelle succose
in bocche bambine.
Giallo
di pomeriggi afosi
su pavimenti di pietra
cotoni leggeri
di orli setosi
e risi solari
di orizzonti sereni.
Vestivo di sole
quei giorni lontani
al sole mi volgo
nei giorni futuri.
E mi immergo così
nel blu profondo
di orgasmi attesi.
Lenzuola di carta da zucchero
ondate di carezze cobalto
oltremare di sensi.
Acquamarine
di unghie sulla pelle
e lapislazzuli negli occhi
per perdersi nella notte.
Sete azzurrine
di chiome riflesse
e seni prussiani
frementi di nuovi assalti.
Blue de mes rêves
Azur de rèveils ouverts

(foto di dalbuio - modifiche di Chenal)
È di rosso che mi vesto
in quest’estate che mi scalda.

Rosso
di Scarlet Carsons
di petali lontani
volati con il vento
dei sogni infranti.
Carminio
di un vestito di tango argentino
di note avvitate
su tacchi a rocchetto.
Vermiglio
di labbra,
passioni celate,
di bocche socchiuse
di attese notturne.
Tinto di vino
corposo e maturo
che avvolge le vene
di chi abbraccia l’oblio.
Scarlatto
di unghie laccate
di sangue caliente
di fuoco invadente.
Rojo
como el diablo
como el pecato
como una mujer
enamorada.
(foto di maurophoto e noot - rielaborazione di Chenal)

Terra bruciata
terra materna
amante che dona
senza richiesta.
Cartocci di foglie
in volo autunnale
capricci di vento
e nuvole erranti.
Seppia
di foto
consunte dal tempo
confini di legno
a due dimensioni.
Nocciola
di iridi orientali
cuori di frutti
celati e protetti.
Marrone
di caldarroste
a scaldar parole
dolciastro occhiolino
di autunno inoltrato.
Sensuale languore
di cioccolato amaro
carezze alle papille
passione da sciogliere
in fondo alla gola.
Testa di moro
velluto di pelle
di sguardi maliardi
di sambe inneggianti.
A chocolate heart
dissolves
into my body.
Taste it!

Annodo
lenzuola di emozioni
per evadere
da questa stanza
e seguire onde
di una voce lontana.
Scie di note
di una notte
di lampioni e stelle
gracidare umido
di rane e zanzare.
E buio
buio intorno a noi
anelli di solitudine
saldati a coppie
su una staccionata
d’aria estiva
spalla a spalla
tra acquari e arene
lacrime sommesse
su una gioia
da sussurrare.

Datemi ancora
post-it
rosa shocking
per colorare un arrivo
e un benvenuta a casa
su un tavolo di attese.
Girerò lo sguardo in tondo
per ritrovare
l’aldilà di uno schermo
e saluterò
balconi di librerie
sullo scorrere di un fiume.
Aspettare
Pregustare
Centellinare.
Lascerò gelsomini
tra le righe
di un viaggiatore d’inverno.

(foto di Chenal)
Srotolo su gambe chiuse
una tela di ricordi
che non ho ultimato.
Io,
Penelope inversa,
percorro a ritroso
storie interrotte.
Sciolgo nodi
sfilo trame
disfo ricami.
Scivola la spola
a ripercorrer
tunnel di intrecci,
rapporti costruiti
in bilico di eventi.
Riavvolgo
gomitoli di filo
ad attender
nuove tessiture.

Così distesa
in un giardino che sentieri non ha
sento germogliare il corpo
sulla terra
fertile di vita
e di passato.
E fiori a frotte
trapassarmi la pelle
e trovare strada
di nuove esistenze.
Rugiade innocenti
di fiori di campo
tra i capelli
rose bianche di notti insonni
chiacchiere di margherite
alle orecchie
e bocche appassionate
di orchidee.
Gelsomini occhieggianti
dal gusto struggente
ai seni
e viole e ciclamini
sul ventre
fruscii di felci
manti d’edera
steli di tulipani
inchinati alle brezze.
Affondo dita
tra grani di terra
ne sento il sapore
l’odore
calda musicalità
di ciò che tutto muove
in immobilità
apparente.